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Gli “scugnizzi” di Vincenzo Gemito

Oggi vi invito a restare in Italia e vi parlo degli “Scugnizzi” di Vincenzo Gemito che sono secondo me un modo davvero diretto ed efficace per far conoscere la scultura […]

Scritto da Federica Ciribì

Sono Architetto e Dottore di ricerca in Recupero Edilizio ed Ambientale. Sono abilitata all’insegnamento di “Arte e Immagine” e di “Disegno e Storia dell’Arte” presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e all’insegnamento di “Costruzioni, tecnologia delle costruzioni e disegno tecnico” presso l’Università degli Studi di Pisa.

Pubblicato il 23 Marzo 2023

Oggi vi invito a restare in Italia e vi parlo degli “Scugnizzi” di Vincenzo Gemito che sono secondo me un modo davvero diretto ed efficace per far conoscere la scultura del XIX secolo ai nostri ragazzi.

La scultura di questo periodo interpretò e rappresentò, con il linguaggio delle discipline plastiche, i medesimi soggetti che si trovano in pittura. La ricerca si spostò dai temi classici di natura storica, religiosa o celebrativa alla raffigurazione della quotidianità. Questo non significa che la scultura della seconda metà dell’Ottocento corrispose all’Impressionismo o al Realismo in pittura. Sarebbe sbagliato pensare di poter trovare nella scultura la luce degli impressionisti o la pennellata dei macchiaioli. Quello che intendo è che anche la scultura iniziò ad allontanarsi dalla tradizione e fu caratterizzate da linguaggi personali che riflettevano con grande libertà la ricerca estetica di ciascuno ma anche e soprattutto il vissuto dell’artista. Emblematico in tal senso il caso di Vincenzo Gemito.

Vincenzo Gemito avrebbe dovuto chiamarsi Vincenzo “Genito”, nel senso di “generato”, come tutti i trovatelli che venivano lasciati a Napoli nella “ruota” del Convento della Nunziata dalle madri che non potevano allevarli. Ma per un errore il suo cognome fu trascritto “Gemito” e così rimase.

Adottato da una popolana, fu allevato con amore e dopo aver provato diversi lavori, iniziò a fare l’apprendista presso la bottega di Stanislao Lista, scultore realista. L’opera di Vincenzo maturò dunque in questo ambiente e fu di conseguenza un’opera dedicata al “vero”, nel senso più autentico del termine. Egli seppe raccontare in maniera spontanea la realtà della sua gente, soprattutto dei giovani “scugnizzi” che abitavano nei vicoli di Napoli e frequentavano il giardino del Monastero di Sant’Andrea delle Dame, dove aveva il suo studio. Essi furono i suoi primi modelli. Gemito fu capace di unire temi moderni a uno stile non troppo lontano da quello classico che apprese studiando dal vivo la scultura antica,  nei vicini scavi archeologici di Pompei. 

Tra le sue opere che oggi mi piace raccontarvi, Il Pescatorello, del 1877, in bronzo, conservato a Firenze al Museo Nazionale del Bargello. Appartiene a quella serie di sculture che Vincenzo realizzò negli anni ‘70, aventi per soggetto giovani pescatori. Si tratta sempre di ragazzi in pose naturali, come se l’artista li avesse sorpresi a pescare e avesse fermato il tempo nel bronzo della scultura. Quest’opera in particolare gli procurò notevole successo poiché fu esposta al Salon di Parigi. Osserviamo. Il giovane, in bilico su uno scoglio, stringe al petto il suo bottino di pesciolini guizzanti. I capelli sono bagnati, disordinati ed egli guarda le sue mani, escludendo lo spettatore dalla scena. La scena mostra grande naturalismo. Il bronzo non è stato lucidato, appare scuro e tuttavia riflette la luce creando ombre soprattutto sul viso e sulle gambe.    

Diversa dalla precedente “L’acquaiolo”, del 1881, sempre in bronzo, esposta a Parigi al Musée d’Orsay.
Anche se sono trascorsi pochi anni, in questo lavoro Gemito dimostrò di avere approfondito lo studio della scultura classica, curando maggiormente i dettagli e le proporzioni, oltre che rendendo la superficie dell’opera più liscia e lucida. Il riferimento a Roma e quindi agli studi che svolse a Pompei è particolarmente evidente nella nudità del fanciullo, che ricorda quella dei numerosi fauni rinvenuti ai piedi del Vesuvio, ma anche nella fontana sulla quale il giovane sta in bilico, decorata con un mascherone. Lo scultore tuttavia, e questo è l’aspetto interessante, non copiò mai l’antico ma lo utilizzò come fonte d’ispirazione per raccontare le storie dei suoi “scugnizzi”.

Il successo di questi lavori giunse alle orecchie della Corona Sabauda e fu così che nel 1885 ricevette l’incarico di realizzare per il palazzo Reale di Napoli, una statua effigiante Carlo V d’Asburgo. Per volere di Umberto I infatti, nelle otto nicchie del prospetto principale dovevano essere ospitate altrettante statue raffiguranti i più illustri sovrani delle varie dinastie ascese al trono partenopeo. Questo incaricò buttò in confusione l’artista, già reduce da un grave lutto e impreparato a un tema di tipo accademico. Pochi anni prima infatti, era prematuramente morta per tisi la sua amata modella e compagna Matilde Duffaud. Frastornato dall’insolita tematica storica, l’artista non riuscì a portare a termine l’opera, troppo lontana dalla poetica dei vicoli di Napoli e dei tanti scugnizzi che lo avevano sempre circondato. Si chiuse in una clinica psichiatrica, dove rimase per vent’anni.

D’Annunzio gli fece visita e con queste parole lo ricordò nel “Notturno”: “Lo vedo in una stanza angusta come una cella, agitarsi tra porta e finestra col movimento continuo della fiera in gabbia”.

Uscì dalla clinica solo nel 1909 e riprese timidamente a disegnare e scolpire. Quella della tradizione classica era però diventata quasi un’ossessione e i suoi ultimi lavori ne parlano. Nel 1928, l’anno prima di morire, scrisse: Se all’artista manca la cognizione del passato non potrà mai fare un capolavoro”.

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