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Quelle come me – Artemisia Gentileschi

Scritto da Federica Ciribì

Sono Architetto e Dottore di ricerca in Recupero Edilizio ed Ambientale. Sono abilitata all’insegnamento di “Arte e Immagine” e di “Disegno e Storia dell’Arte” presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e all’insegnamento di “Costruzioni, tecnologia delle costruzioni e disegno tecnico” presso l’Università degli Studi di Pisa.

Pubblicato il 30 Ottobre 2023

Un giorno del 1601 Caravaggio ricevette l’incarico dal marchese Vincenzo Giustiniani di dipingere un quadro che raffigurasse Cupido. Poiché il pittore amava dipingere dal vero, gli venne in mente di rivolgersi al suo collega Orazio Gentileschi per fare indossare al suo modello un paio d’ali che quello possedeva. Gentileschi era il punto di riferimento per tutti i pittori romani poiché amava i costumi e ne possedeva di ogni tipo. Egli aveva una figlia, Artemisia, che all’epoca aveva solo 8 anni: era nata nel 1593, primogenita di quattro figli e unica femmina. Da lì a poco, nel 1605, Orazio sarebbe rimasto vedovo e la ragazza avrebbe dovuto iniziare ad occuparsi della famiglia al posto della sua sfortunata mamma Prudenzia, morta di parto mentre cercava di dare alla luce il quinto figlio. 

Era una bellissima ragazza Artemisia, con un corpo florido e folti capelli scuri: il suo fascino preoccupava molto il padre perché la loro casa era un porto di mare, frequentato da tanti uomini artisti e la società dell’epoca non era certo improntata al rispetto delle donne. Per questa ragione Orazio assunse Tuzia, una giovane che aveva la funzione di sorvegliare la sua vivace figliola e di aiutarla nelle faccende domestiche.

Artemisia dimostrò un precoce talento artistico che suo padre accondiscese anche se avrebbe preferito lasciare ai figli maschi la propria bottega. La giovane apprese dal padre i fondamenti della pittura: iniziò imparando a macinare i colori, a legare i peli di animale per fare i pennelli, a preparare le tele, come facevano tutti i suoi colleghi apprendisti maschi. Nel 1610 realizzò la sua prima opera interamente da sola: Susanna e i vecchioni. Si tratta di una storia ripresa dall’omonimo episodio biblico narrato nel capitolo 13 del Libro di Daniele che racconta del ricatto tramato da due uomini per potere abusare della giovane. Il tema era di moda nel Seicento, utilizzato come occasione per dipingere il nudo femminile. 

Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1610, olio su tela, Pommersfelden, Collezione Graf von Schönborn

Nel 1611 Orazio ottenne un importante incarico per realizzare un affresco all’interno di una loggia nel giardino del Cardinale Scipione Borghese e si mise in società con un altro pittore, Agostino Tassi. Mentre Orazio era esperto in disegno di figura, Agostino era un maestro in disegno di scena, specializzato in prospettiva. I due pertanto si compensavano. Artemisia frequentava il cantiere del padre ed è per completare la sua preparazione pittorica che Orazio decise di mandarla a bottega dal socio che considerava amico e del quale si fidava. La collaborazione ebbe però un triste epilogo, la fiducia di Orazio fu tradita e Agostino si dimostrò un mostro, violentando Artemisia e ingannandola, facendole credere che l’avrebbe sposata. 

La donna si fece coraggio e denunciò il suo aguzzino, cosa assai inconsueta in un’epoca in cui la violenza di genere era tollerata supinamente. Nonostante le mostruose torture alle quali la pittrice fu sottoposta durante il processo, affinché dicesse la verità, poiché all’inizio nessuno credeva alla sua verità, Tassi fu giudicato colpevole. Era il novembre 1612. Il giorno dopo il verdetto Artemisia sposò Pierantonio Stiattesi: fu suo padre a trovarle marito e ad organizzare questo “matrimonio riparatore”. La coppia dovette allontanarsi da Roma e andò a vivere a Firenze, benché Artemisia fosse innocente, perché l’uomo aveva molti amici e lei iniziò ad essere malvista. 

In città fu apprezzata a tal punto da essere ammessa all’Accademia di Disegno: Artemisia, la donna delle prime volte, prima a far condannare un uomo per stupro fu anche la prima donna ad essere ammessa in un’Accademia. 

Tra i prestigiosi incarichi che ricevette in città, quello del nipote di Michelangelo Buonarroti, che si chiamava pure lui Michelangelo e che le chiese di dipingere nella propria abitazione che poi era stata quella dello zio, un’allegoria dell'”Inclinazione”, ovvero della naturale predisposizione a saper far bene qualcosa. Chi poteva farlo meglio di Artemisia? Era il 1616. Michelangelo scelse proprio lei e la pagò 34 fiorini, il triplo di quello che aveva pagato altri pittori per lavori simili. A casa di Michelangelo Artemisia strinse importanti amicizie e frequentò persone dotte e aristocratici, come Galileo Galilei e i Medici, che non solo diventarono suoi clienti ma che le permisero di trasformarsi in una dama colta e raffinata. 

L’”Inclinazione” è un autoritratto: la pratica di mettersi allo specchio e utilizzare se stessa come modella diventò una delle caratteristiche distintive delle opere di Artemisia. Nel 1620 circa si ritrasse nelle vesti di Giuditta in un’opera che sembra ispirata a Giuditta e Oloferne di Caravaggio e si dipinse anche come Cleopatra. Si ritrasse molte altre volte come le donne della storia che ebbero un rapporto violento e tormentato con gli uomini perché lei stessa aveva avuto quel rapporto e ne era stata vittima. Mise al centro delle sue opere le emozioni, dando alle sue eroine pose dinamiche, disegnando corpi contorti sotto il peso dei sentimenti: a pensarci bene, quella sua prima opera, Susanna e i Vecchioni, avrebbe dovuto suonare per lei come un triste presagio. 

A sinistra Caravaggio, Giuditta e Oloferne, 1599-1602, olio su tela, Roma, Gallerie Nazionali d’Arte Antica, Palazzo Barberini. A destra Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, 1620 c.a., olio su tela, Firenze, Galleria degli Uffizi.

Da questi quadri emerge tutta l’energia femminile del barocco di Artemisia, fatto di eccessi, bizzarro, violento. Da altre opere invece, sprigiona una luce differente: si tratta degli autoritratti veri, quelli in cui si dipinse come pittrice, come suonatrice di liuto, come la donna che aveva scelto di essere accondiscendendo alla sua “Inclinazione”. Sono quadri dove parlano gli occhi e Artemisia sembra pensosa, concentrata a dimostrare al mondo le sue abilità. In Autoritratto come allegoria della pittura del 1638-1639, essa si raffigura di profilo, intenta nel lavoro, in una posizione insolita ma con gli attributi dell’iconologia tradizionale, secondo cui la pittura doveva essere rappresentata come una donna di bell’aspetto con una collana al collo e un medaglione in forma di maschera. Il fatto che non rivolga lo sguardo allo spettatore e si dipinga nel momento dell’ispirazione, del furore creativo, con la tela ancora bianca, ci fa comprendere la modernità del suo pensiero. I colleghi maschi negli stessi anni producevano autoritratti nei quali erano disposti di fronte al cavalletto, composti e in abiti da gentiluomo. L’immagine di Artemisia è invece rivoluzionaria, un’orgogliosa rivendicazione professionale in cui l’artista prevale sulla dama. 

La data di morte di Artemisia si colloca negli anni tra il 1652 e il 1656 e rimane ad oggi sconosciuta. Certo invece è il debito che il genere femmine ha nei confronti di donne come lei che hanno attraversato la propria esistenza gettando le basi per diritti che ancora oggi non sono sempre riconosciuti.

Artemisia Gentileschi, Allegoria dell’inclinazione, 1615-1616, olio su tela, Firenze, Casa di Michelangelo Buonarroti.

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della pittura, 1638-1639, olio su tela, Londra, Kensington Palace.

Laboratorio di Educazione Civica

E ora rifletti.

Sai cosa si intende per “violenza di genere”? Sai a quando risalgono le prime leggi in materia? Artemisia fu costretta da suo padre a contrarre un “matrimonio riparatore”. Sai di cosa si tratta? Sai se esistono o se sono esistite leggi in merito?

Se ti interessa approfondire questo argomento, leggi la storia di Franca Viola.

Franca Viola

Franca Viola è nata ad Alcamo (TP) nel 1947 e potrebbe essere tua nonna. Verso di lei le donne italiane hanno un debito: fu la prima infatti a rifiutare pubblicamente il matrimonio riparatore, divenendo così simbolo dell’emancipazione femminile. Ma cos’era un matrimonio riparatore?

In base ad una legge abrogata solamente nel 1981, se una donna subiva violenza sessuale ma il suo aguzzino si dimostrava disposto a sposarla, la pena era rimessa e il fatto si considerava non compiuto: da qui la locuzione “matrimonio riparatore”. Era l’articolo 544 del codice penale, poi abrogato con la legge 442 del 5 agosto 1981, a decretare per gli stupratori la possibilità di cavarsela dimostrando la volontà di sposare la propria vittima. Franca era stata violentata ma, come Artemisia, aveva deciso di denunciare la violenza e portare a processo il suo aguzzino. Per approvare la legge 442 ci vollero 16 anni, un lungo cammino che ebbe inizio con la condanna dell’aggressore di Franca a 11 anni di carcere. Soltanto nel 1996 lo stupro passò da reato “contro la morale” a reato “contro la persona”. Cosa significa questo?

Significa che prima del 1996 lo stupro era considerato solo nella misura in cui poteva arrecare danni all’immagine della persona e che non si consideravano le conseguenze fisiche e psicologiche derivanti da un atto sessuale non consenziente. La libertà sessuale, soprattutto delle donne, non veniva considerata come diritto personale.

Purtroppo, è doloroso dirlo, ma il cammino per debellare la violenza di genere è ancora lungo, ora forse hai qualche strumento in più per capire perché.

Laboratorio “Quelle come me”

Qui sotto trovate la terza scheda del colouring bookQuelle come me”, stampabile su un foglio A4.

Nell’immagine a sinistra potete vedere un particolare dell’Autoritratto come martire, realizzato da Artemisia nel 1615.

Nell’immagine a destra è proposto un particolare tratto dall’Inclinazione.

Ora che conoscete la storia di questa donna, potete divertirvi a colorare questi due disegni e fare una piccola galleria d’arte in classe dedicata a “Quelle come me”, o una doppia pagina nel vostro Diario Visivo. In questo modo le artiste invisibili che scegliamo di conservare staranno con noi e dentro di noi e favoriremo la diffusione di una storia dell’arte fondata su una vera parità di genere. Buon lavoro!

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6 Commenti

  1. Licata Vanda

    Sono iscritta alla Newsletter ma non riesco a scaricare i file dei laboratori

    Rispondi
    • Federica Ciribì

      Se accetti i cookies problemi non ce ne sono. In caso contrario devi reinserire l’email con cui ti sei iscritta e dovresti visualizzare immediatamente tutto. Fammi sapere

      Rispondi
      • Vanda Licata

        Risolto, grazie

        Rispondi
    • Rossella

      Mi interesse, insegno storia dell’ arte e mi sembrano spunti interessanti.Grazie

      Rispondi
      • Elisa

        Salve. Non riesco a registrarmi. Mi esce scritto “invalida captcha”

        Rispondi
        • Diario Visivo

          Grazie per la segnalazione, è un problema noto su cui stiamo lavorando,. Ora dovresti riuscire a registrarti.

          Rispondi

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