Questo laboratorio prende spunto da una domanda e dalla connessione tra due storie.
La domanda è: come è possibile raccontare l’arte informale ai ragazzi? come fargli capire che non sono semplici sacchi di juta cuciti, né plastica bruciata, bensì frammenti di una storia più grande?
Le storie connesse tra loro sono quella che ci racconta James Johnson Sweeney quando ci parla delle prime opere informali di Alberto Burri e quella che ci racconta Mac Barnett nel suo “Filo Magico”.
La lettura dell’opera di Alberto Burri fornita da James Johnson Sweeney (1900-1986), storico dell’arte americano, parte dall’esperienza dell’artista come medico nel campo di prigionia di Hereford, recinto n°4, in Texas. Burri era stato fatto prigioniero in Tunisia dagli inglesi e trasferito in Texas, dove rimase tre anni. Fu proprio in Texas che l’artista iniziò a dipingere, mostrando un approccio figurativo che andò via via scemando, man mano che la superficie del quadro sembrava sempre meno adeguata ad esprimere la ferita, la lacerazione e la malattia del corpo cui Burri aveva assistito nel campo di detenzione dei militari italiani “non cooperanti” in cui era stato rinchiuso.
L’albo di Mac Barnett è un albo che può avere diverse chiavi di interpretazione, come ogni buon albo illustrato deve avere. Oggi qui ne daremo una, ma vi invitiamo a ri-negoziare i significati in maniera personale oppure in un circle time con i vostri ragazzi.
L’Annabelle del “Filo magico” è una bambina come tante che vive in un paese tutto bianco e nero, un paese freddo che sembra morto, sopraffatto dall’indifferenza verso gli altri in cui ogni abitante conduce la propria esistenza. A scaldare questo paese ci pensa proprio Annabelle, tessendo maglioni per tutta la sua comunità. Il lavoro della bambina è silenzioso e gratuito, un dono di rara bellezza. La metafora del filo che lega, ripara e unisce è estremamente potente.
È la stessa metafora che impiega Burri dopo essere stato liberato dalla prigionia. Anche Burri come Annabelle ha patito il freddo, vissuto l’indifferenza, conosciuto il dolore del corpo all’interno del campo di detenzione. Anche lui come Annabelle impiega la propria arte per sciogliere il ghiaccio che sembra avvolgere la gente. Tornato a casa, abbandona la sua professione di medico e si dedica anima e corpo all’arte, allontanandosi dal figurativo per abbracciare la materia. Burri sostituisce ago, filo e fiamma ossidrica al pennello, forse, ci suggerisce Sweeney, perché rimane in lui forte e chiaro il ricordo delle ferite cucite durante la Guerra. E se questo sembra più evidente nelle Plastiche rosse che rimandano immediatamente al colore del sangue, non è meno evidente nei sacchi: materiali umilissimi, consunti, strappati e ricuciti che portano nei quadri una realtà dolorosa, che sono essi stessi una nuova realtà poichè, a differenza delle opere d’arte figurative tradizionali, l’opera di Burri trascende la realtà. Ed è forse per questa ragione che il pittore disse che le proprie opere non potevano essere spiegate “a parole” poiché le parole sarebbero state “note marginali alla verità racchiusa nella tela”.
Laboratorio
Durante il laboratorio i partecipanti sono stati invitati a cucire un sacco di juta lacerato usando diversi materiali: un gesto simbolico che ricalca quello di Burri. Come in ogni elaborato Diario Visivo, il lavoro si è composto anche di una parte scritta realizzata con la tecnica del cut up, così come suggerita da Bernard Friot e Hervé Tullet in “Un anno di poesia”. I testi utilizzati per il cut up sono la poesia “Donne” di Adrienne Rich e il racconto tratto dall’albo illustrato di Mac Barnett.





Fare capire l’arte ai ragazzi mostrando loro le immagini
Ciao Angela, mi spieghi il tuo commento?