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I pantaloni di Rosa Bonheur

Rosa Bonheur nacque nel 1822 nei pressi di Bordeaux e fin da bambina seguì il padre pittore nel suo atelier. Trasgressiva e ribelle, rifiutò di frequentare il Louvre per dedicarsi […]

Scritto da Federica Ciribì

Sono Architetto e Dottore di ricerca in Recupero Edilizio ed Ambientale. Sono abilitata all’insegnamento di “Arte e Immagine” e di “Disegno e Storia dell’Arte” presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e all’insegnamento di “Costruzioni, tecnologia delle costruzioni e disegno tecnico” presso l’Università degli Studi di Pisa.

Pubblicato il 23 Aprile 2023

Rosa Bonheur nacque nel 1822 nei pressi di Bordeaux e fin da bambina seguì il padre pittore nel suo atelier. Trasgressiva e ribelle, rifiutò di frequentare il Louvre per dedicarsi alla copia dei maestri come il genitore avrebbe voluto e fin da giovanissima preferì visitare stalle e maneggi per osservare gli animali, suo soggetto preferito, e disegnarli dal vivo. 

Per frequentare le fiere di bestiame e andare in campagna indossava i pantaloni: era stata fortunata a poterlo fare, infatti prima del 1800 le sarebbe stato impedito. Quell’anno però, un’ordinanza emessa dalla Prefettura di Parigi aveva consentito alle donne di vestire “come un uomo”, se proprio ci tenevano, esibendo però, nel caso che la Polizia Municipale lo avesse chiesto, il certificato medico che consigliava tali abiti per ragioni di salute. Rosa indossava i pantaloni per praticità, non per benessere, perché come lei stessa diceva “se mi vedete vestita in questo modo, non è per farmi notare come tentano di fare molte altre donne, ma per agevolare il mio lavoro”.

Rose in una foto d’epoca con la sua divisa da lavoro: pantaloni e camicione

Parigi era in quegli anni una città moderna e gli atteggiamenti di Rose erano tollerati, anche se spesso criticati: i pantaloni erano solo una delle sue “particolarità”, fumava anche sigari cubani come gli uomini e amava pubblicamente una donna, con cui trattenne una relazione per cinquant’anni. Se la situazione nella capitale francese era quella, il merito era per buona parte di donne come la drammaturga Olympe de Gouges (1748-1793) che aveva tradotto al femminile, nel 1791, la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino, mettendo in luce come il concetto di “uomo” fosse riferito all’ “essere umano” e non al genere maschile. Questa traduzione era presto divenuta di pubblico dominio e la stampa vi aveva dato ampio risalto, schierandosi dalla parte delle donne.

L’opera che rese Rose famosa è Il mercato dei Cavalli che, esposta al Salon del 1853, suscitò ammirazione e clamore. Da quel momento divenne un’autentica istituzione nel mondo della pittura, al pari dei suoi contemporanei maschi.

Rosa Bonheur, Il mercato dei cavalli, 1851-1852, olio su tela, New York, Metropolitan Museum

Rosa dichiarò che questo lavoro le costò grandissimi sacrifici e umiliazioni. Per realizzarla infatti si finse un uomo per un anno e mezzo, in modo da potere frequentare indisturbata il mercato dei cavalli di Parigi, dove si recò due volte alla settimana con il suo blocco per gli schizzi. La fiera si svolgeva in Boulevard de l’Hôpital, vicino all’ospedale della Salpêtrière, il cui profilo è visibile sullo sfondo a sinistra. 

La concitazione del momento, il senso di movimento, il naturalismo di uomini e bestie, avvicinano molto questo lavoro a quello dei realisti. La prospettiva del viale alberato aumenta il senso di profondità anche grazie allo sfumato del paesaggio sullo sfondo. Rosa fu la prima a disegnare gli occhi dei cavalli in modo realistico e lontano dal l’antropomorfismo spesso attribuito a questi animali per rendere i disegni emotivamente più accattivanti.
L’opera, 244×506 cm, è oggi conservata a New York al Metropolitan Museum of Art.

Una curiosità: quando scoprì che la compagnia di William Frederick Cody, in arte Buffalo Bill, stava arrivando in Francia per uno spettacolo, non esitò a farsi invitare pur di potere vedere e disegnare dal vero bisonti, cavalli da rodeo e per conoscere gli indiani Lakota. In cambio fu ben felice di realizzare un ritratto a Cody.

Nonostante la popolarità Rose non ebbe vita facile e fu continuo bersaglio di attacchi sessisti. La passione per i cavalli e per gli animali in generale che la animò, ce la fa apparire molto simile a quella del suo contemporaneo Théodore Géricault il cui lavoro era da lei ammirato e apprezzato. 

Fino all’ultimo dei suoi giorni difese e lottò per l’indipendenza del proprio genere ed è oggi considerata una delle paladine della lotta femminista. Morì all’età di 77 anni a Thomery.

2 Commenti

  1. Dora

    Eccezionale ed interessante questo lavoro sulla donna . Grazie

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    • Federica Ciribì

      Grazie a te per il feedback! Lunedì 13 novembre pubblicherò un nuovo articolo per il progetto “Quelle come me”.

      Rispondi

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